La rete: incontrollabile contenitore di informazioni vaganti, viandanti virtuali che stanno ovunque e in nessun luogo. Fasci di luce visibili o invisibili, ma che ci sono. Come le comete. Nel 1976 la cometa West illuminò la terra. Questo blog riempie lo spazio che quella cometa ha lasciato. E’ aperto a tutti, mi piace pensarlo come un laboratorio di idee, pensieri e parole che si incontrano e si scontrano. Il vento solare, nel suo vagare, incrocia la coda delle comete e lascia un segno. E le stelle rispondono.
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Sono nato in un paese del sud, vicino al punto in cui Ulisse fu ammaliato dalle sirene. Correva l'anno 1976. Ho trasmesso per anni in una piccola radio, che è rimasta un punto di riferimento mentale anche quando le sue antenne si sono spente. Ho studiato filosofia all'Università di Roma. Ho viaggiato abbastanza (ma voglio fare di più); mi sono fermato in Spagna e in Honduras, paesi che porto nel cuore. Parlo lo spagnolo e balbetto l'inglese. Amo il sole, la musica nera e l'onestà. Odio le armi, l'ipocrisia e il freddo. Ho fatto quattro mestieri: il deejay, il cooperante, il cameriere e il ristoratore. I primi due per amore, gli altri per denaro. Oggi faccio il giornalista, sia per amore che per denaro. Scrivo per diletto e passione. Porto avanti la barca della vita tra onde di inquietudine e venti di felicità.
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sono passati *loading* asteroidi
Ho scoperto di avere un'attrazione particolare per i musicisti scandinavi. O meglio, per tutti quelli che negli ultimi anni hanno preso parte al New acoustic movement, un movimento musicale nato nel Regno Unito e che poi ha trovato molti adepti soprattutto in Svezia e Norvegia. Cantautori che contano solo sulla propria voce e su una chitarra acustica, capaci di melodie dolcissime ed emozionanti. Canzoni decisamente invernali, che fanno pensare subito allo scoppiettìo di un camino o a una passeggiata in un bosco imbiancato. Solo di rado l'accoppiata voce/chitarra è accompagnata da altri strumenti, come gli archi o i fiati, ma la batteria non c'è quasi mai. Una scena che ha mosso i primi passi verso la fine degli anni '90, e che oggi annovera decine di cantautori. Tra loro qualcuno è diventato famoso, come i Kings of Convenience, che una settimana fa hanno infiammato la platea del Conservatorio di Milano. Io c'ero, e qui trovate uno dei pezzi più belli, rubato da un improvvisato cameraman. Ne è passata di acqua sotto i ponti, quando nel 2001 ero tra le sessanta persone ammaliate dai brani del loro primo disco al Brancaleone di Roma. Dispensatori di emozioni come pochi, Erlend Øye e Eirik Gamblek Bøe sono ormai considerati un punto di riferimento del "nuovo movimento acustico", che molti critici considerano figlio dell'arte di artisti come Nick Drake, Jeff Buckley e Simon & Garfunkel. Tra gli altri meritano di essere ricordati gli Starsailor, David Gray e gli I Am Kloot. E molti altri stanno nascendo in qualche pub sperduto di Oslo, di Copenhagen o di Londra. Ieri, ad esempio, ho scoperto Terje Nordgarden. Anche lui norvegese, è innamorato dell'Italia a tal punto che il suo esordio discografico è avvenuto nel 2003 proprio a Firenze. La sua voce è calda, pulita, e le su canzoni nascono dalla quotidianità, in quei momenti di gioia o dolore comuni a tutti gli esseri umani. E anche, perché no, mentre aspetta per ore un passaggio in autostop su una strada assolata della Sardegna (da questa esperienza è tratta la sua "Oh brother"). Era bella l'atmosfera, le candele accese e il locale piccolo erano la cornice ideale del suo show. Nordgarden è un altro pezzo di quel "vento del nord" che ultimamente mi piace sempre di più. Io, cresciuto a pane e musica nera, ho trovato quella chiave per sentire mio anche il rock: io che non sono mai stato un rockettaro, io che dei gruppi rock amavo solo le ballate. Quelle mi emozionavano, le schitarrate violente no. Il "New acoustic movement" è quella parte di me che mancava all'appello. Buon ascolto.

A me piacciono gli anfratti bui
delle osterie dormienti,
dove la gente culmina nell’eccesso del canto,
a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e i calici di vino profondi,
dove la mente esulta,
livello di magico pensiero.
Troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto
malvissuto e scostante,
meglio l’acre vapore del vino
indenne,
meglio l’ubriacatura del genio,
meglio sì meglio
l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite;
io amo le osterie
che parlano il linguaggio sottile della lingua di Bacco,
e poi nelle osterie
ci sta il nome di Charles
scritto a caratteri d’oro.

Irriverente, ironico, e lapidario più che mai, il regista più discusso d'America è tornato con Capitalism: a love story. Ho visto l'anteprima del film che sarà nelle sale da domani. Michael Moore parte da un'idea semplice: dimostrare agli Stati Uniti e al mondo intero che il capitalismo, su cui l'America ha fondato la sua storia, è finito per tradire l'obiettivo principale che si era prefisso, ovvero assicurare a tutti un futuro di prosperità e benessere. In nome del lucro, dell'arricchimento senza scrupoli, della tutela degli interessi di poche lobby, il capitalismo ha schiacciato la democrazia creando disparità incolmabili, e provocando tragedie umane a tutti i livelli. Un americano comunista? Un regista alla deriva nostalgico della rivoluzione bolscevica? Niente affatto, perché l'analisi di Moore è spietata, ricca di testimonianze, interviste e di materiale d'archivio che poi, da mago del montaggio qual è, ha abilmente assemblato. La crisi economica ha scoperchiato la pentola, mettendo a nudo tutte le crepe di un sistema che scricchiolava da decenni. I disastri prodotti negli Stati Uniti dal fallimento delle agenzie di mutui, delle principali banche e delle maggiori case automobilistiche non sono mai stati raccontati così bene. In Italia sono arrivati numeri e cifre, mentre Moore racconta la disperazione della gente, le contraddizioni di un sistema insostenibile e anche i gravi errori di presidenti e amministratori consegnati alla storia come degli eroi. Così a Detroit, la telecamera segue sguardi e parole di famiglie povere nel momento dello sfratto, davanti a un impassibile ufficiale giudiziario. Ma quando la polizia arriva non esegue lo sfratto: piegato dalla sua coscienza, lo sceriffo richiama i suoi e batte ritirata. Solo un episodio, visto che gli sfratti sono migliaia al giorno, con gli appartamenti rimasti vuoti sui quali si gettano avvoltoi dell'immobile che lucrano fino al 500% sfruttando la disperazione della gente. A New York la terribile storia di un'azienda che, in segreto, aveva stipulato un'assicurazione sulla vita di un dipendente poi morto, incassando così la cifra astronomica prevista. Azioni disumane e forse non del tutto legali, ma diffuse in molte aziende americane. Poi ci sono i piloti dell'aviazione civile, che guadagnano in media 1.700 dollari al mese, costretti a turni massacranti e con pochissime tutele sindacali. In più, per restituire alla banca i soldi spesi per il brevetto, sono spesso obbligati a fare altri lavori, o comunque a seppellirsi di debiti. I due giovani piloti alla guida dell'aereo che si schiantò al suolo a Buffalo, nel febbraio scorso, poco prima dell'impatto stavano proprio parlando di questo. Erano infuriati per le indecenti condizioni di lavoro. Quelle banche che all'indomani del crack finanziario il Congresso ha aiutato con 700 miliardi di dollari: un fatto unico nella storia del paese, e che ha anche provocato la protesta unanime di milioni di americani che hanno scritto ai deputati chiedendo di non votare il decreto. Moore racconta con grande pathos tutta la vicenda, soffermandosi sugli interventi più incisivi dei deputati contrari all'operazione. Usa la sua ironia tagliente per sottolineare gli errori di Bush e i granchi presi dai manager della finanza, che fino alla fine hanno creduto di risolvere tutto con un colpo di mano. L'indignazione lo porta da una parte all'altra del paese dove si intrecciano le storie, le testimonianze e la rabbia dei 14.000 statunitensi che ancora oggi ogni giorno perdono il posto di lavoro. Il film è anche l'occasione per capire (nessun media italiano ne ha mai parlato) come la crisi economica sia stata un'occasione per risvegliare la coscienza civile degli americani. In un paese dove i sindacati non contano nulla e dove alcuni diritti sono più che un miraggio, è significativa l' occupazione di una fabbrica di porte e finestre a Chicago, dove gli operai hanno ottenuto la solidarietà di Obama e anche i soldi che gli spettavano. In questo senso forse non è un caso che Moore venga da Flint, nel Michigan, una delle sedi della General Motors e da sempre una delle principali città operaie degli Stati Uniti. A Flint, già negli anni '30 del secolo scorso, ci sono state le prime lotte per i diritti dei lavoratori, e che ebbero l'appoggio del presidente Roosevelt. Quel Roosevelt che sognava per i lavoratori una Carta dei Diritti, che nel 1943 presentò in uno dei suoi discorsi alla radio dalla Casa Bianca, ma non riuscì mai a promulgare perché morì meno di un anno dopo. L'ultima parte del discorso di Roosevelt è in video, e Moore l'ha abilmente ripresa e inserita nella parte finale del film. Commovente. Franklin Delano Roosevelt auspicava una Carta che garantisse a tutti il diritto al lavoro, alla casa, all' assistenza sanitaria, allo svago, e Moore si chiede perché tutto questo manca proprio nel paese che è nato con l'idea di garantire il benessere a ogni singolo cittadino. Alla fine, mentre prova ad entrare a Wall Street e nelle sedi delle principali banche chiedendo «i nostri soldi» con un sacco, chiede «a chi è in sala» di partecipare alle sue battaglie. «Non me la sento più di farle da solo». C'è anche qualcosa che non mi convince, però, e che in generale non mi ha mai convinto in tutti i film di Moore. Nei suoi reportage manca sempre un contradditorio, e quando c'è è ridicolizzato o relegato ai margini. Stavolta ha provato a chiamare per un'intervista il ministro del Tesoro Paulson, ma lui non ne voleva che sapere. Avrà cercato altre fonti governative? Altri manager? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Certo è che l'ottimo lavoro di ricerca, di approfondimento e di analisi rischia di essere meno credibile proprio per l'assenza di contraddittorio. Un' altra cosa del "ciccione di Flint" che non mi piace è l'accanirsi sulle scene di sofferenza, un approccio da "tv del dolore" che era ancora più fastidioso in Sicko. Tuttavia Capitalism resta una validissimo documento, e dovrebbe servire da monito a tutti coloro che ancora credono che il comunismo sì, "ha appiattito l'umanità e le coscienze, ha reso la gente povera, ha fatto milioni di morti", mentre il capitalismo ha reso l'uomo felice, realizzato, e padrone del suo destino. Visto che il modello capitalistico ha vinto praticamente ovunque (ad eccezione di Cuba e Corea del Nord), provate a guardarvi intorno: vi sembra un'umanità felice?
Sotto palpebre sogno, quando non dormo, oltre certe storie sai che vai, ma non sai se torni. Com'è che tu sei qui e non ti sento, com'è che in questa stanza tira vento ed io non mi addormento. Solo proiezioni a grosse bizze nel mio monitor, niente è come al solito, in bocca un gusto amaro come arsenico. Lo sai che certe volte mi si spenge il cuore, lo sai che certe volte amore resta spento ore. Anime lontane nello stesso letto, mani non si trovano, nessun contatto. Mare di pensieri, solo fino a ieri c'eri, oggi non ti trovo, neanche se ci provo.
E se ci si arrende, chi dei due prende quando la storia finisce ci rimette, chi da, si sa, si salva, resta a galla, si basta, l'altro rimane da solo e si guasta. Lo sai, che certe volte mi si spezza il cuore, lo sai, che certe volte amore mi fa un male cane. Lo sai che io non so più niente, mentre questa notte scende, come tante, sei da un'altra parte. Chi l'avrebbe detto mai che accadesse a noi, "ehi, tutto ti darei, tranne che dolore". Ma non c'è più l'ardore, tiepido il calore, io respiro cuore ma non batte amore.
Ora che le lacrime hanno spento il fuoco mi ricordo poco, mi ricordo il vuoto, e so che non si colma, so che non si torna, per questo resto calma con il cuore all'ombra. Mi manchi sulla faccia, nella pancia, tra le braccia, ma non basta, tu non c'eri dentro la tempesta. Ne ho fatti di chilometri chiamandoti, ma non possiedi cuore né parole per rispondermi. Inutile soffiare sulla cenere, io sono più forte tornerò su Venere, tu tornerai su Marte. Adesso devi andartene: io tornerò su Venere, tu tornerai su Marte.
(La Pina)

Luna sul colle del Nivolet (mt. 2612), parco del Gran Paradiso, agosto 2009
Forse non è il luogo migliore per dirlo, e soprattutto senza dare spiegazioni. Ma oggi è stato probabilmente il giorno più brutto (e più lungo) della mia vita. Se è vero che «più in basso di così c'è solo da scavare», prima o poi ci sarà la risalita. Però ancora non la vedo.

Un vecchio proverbio dice che insegnare a pescare è meglio che distribuire il pesce. Il parroco Pedro Casaldáliga, che vive nella regione amazzonica, dice che sì, in effetti è un'ottima idea, però che succede se qualcuno si compra il fiume, che era di tutti, e ci proibisce di pescare?
(Eduardo Galeano)

Piccolo test psico-attitudinale per conoscere il vostro profilo politico. Che effetto vi fa questa foto scattata al G20 di Pittsburgh e tesa a immortalare l'incontro fra il premier di una nazione del sud Europa e la moglie del presidente degli Stati Uniti?
a) Vergogna. Possibile che, su venti capi di governo che si attengono al cerimoniale senza tante smancerie, l'unico a doversi distinguere sia sempre lui?
b) Allegria. Per fortuna che, su venti capi di governo che si attengono al cerimoniale senza un briciolo di estro, ce n'è almeno uno che non sembra un invertebrato.
c) Imbarazzo. Perché dobbiamo ancora esportare la macchietta del cummenda milanese del secolo scorso, quello che appena vede una donna comincia a storcere la bocca e le mani?
d) davvero pittoresco, questo nonnino col cerone sulla faccia. E poi è così galante.
e) ma che fa, ci prova pure con lei?
Se avete risposto: a) siete anti-italiani, b) siete berlusconiani, c) siete quel che siete e forse lo avete anche votato per mancanza di alternative; d) siete Michelle Obama; e) siete Barack Obama.
(Massimo Gramellini, La Stampa)

Dobbiamo smetterla con la menzogna che siamo in Afghanistan, oltre che per portarvi una democrazia di cui a quella gente non importa nulla, per combattere il terrorismo internazionale. Non c'erano afgani nei commandos che abbatterono le torri gemelle, non un solo afgano è stato trovato nelle cellule, vere o presunte, di Al Qaeda scoperte dopo l'11 settembre. C'erano arabi sauditi, yemeniti, giordani, egiziani, tunisini, ma non afgani. Detto questo, mi dispiace molto per le famiglie dei soldati morti a Kabul. Mi dispiace anche che loro fossero convinti che stavano facendo qualcosa di utile e necessario, perché per me il nostro impegno laggiù non è né utile né tantomeno necessario. Non mi riconosco, infine, in tutte le persone che hanno parlato di "morte per la patria": ma quale patria? Sarebbe quasi da ridere, se non ci fosse di mezzo la morte di sei persone (e di almeno venti afgani). Morivano per la patria i partigiani e i ragazzi di Salò, ognuno secondo le sue convinzioni, o i giovani che cacciarono gli austriaci lungo il Piave durante la Grande Guerra. Nel caso dell'Afghanistan non c'è nessuna patria da difendere, nessun terrorismo da frenare, è solo una guerra sporca che serve agli Stati Uniti per salvare la faccia, e agli altri per pagare il tributo di mantenimento del proprio peso nei rapporti internazionali. Di Bin Laden, del resto, non si hanno più notizie da anni. Ma se anche lo sceicco si nascondesse tra le montagne afgane, non vi sembra assurda l'idea di cancellare a suon di bombe un paese e i suoi abitanti con il solo pretesto di scovarlo?

Tiriolo (Catanzaro), 16 settembre 2009
Vagammo tutto il pomeriggio in cerca
di un luogo per fare di due vite una.
Rumorosa la vita, adulta ,ostile,
minacciava la nostra giovinezza.
Ma qui giunti dove ancora cantano i grilli,
quanto silenzio sotto questa luna.
(Umberto Saba)

Tübingen, Germania, 5 settembre 2009
E pensare che fin da ragazzini hai sempre sostenuto: «non mi sposerò mai». Amico mio, ti auguro tutta la felicità del mondo.